Calcio

Quella notte che (non) vendemmo Kakà

7 September 2013

E così Kakà è tornato a casa. Resta da capire se è ancora il giocatore che è partito da Milano nel 2009 (quasi sicuramente no) o se saprà reinventarsi in una modalità diversa, meno dipendente dallo strapotere atletico degli anni 2002-2008 ma ancora utile (forse sì).

Intanto ripubblico qui un post che avevo scritto proprio nel gennaio del 2009 per un altro blog, in quella notte di nevischio, quando pareva che Ricardo fosse sul punto di essere ceduto al Manchester City e alcuni tifosi (ehm…) andarono in via Turati, sotto la sede del Milan, a cantare “Non si vende Kakà” e poi addirittura sotto le finestre di casa Izecsson, in via Aurelio Saffi (no, lì non ci sono andato: va bene tutto, ma sono tornato a lavorare).

Sappiamo com’è finita. Ricky non andò al City. Ma alla fine della stagione venne ceduto al Real Madrid per 65 milioni di euro. Il Milan mise a segno la più grande plusvalenza della sua storia (lo aveva pagato otto milioni) ma qualcosa nel rapporto con i tifosi si ruppe. Io, allora abbonato da 10 anni, non ho più rinnovato. Non sono il solo, se ancora due giorni fa Adriano Galliani ha parlato degli “orfani di Kakà” (ci si è iscritto pure lui, il furbacchione).

Questo, vorrei chiarirlo, non è un post su Kakà, sulla tecnica, sulla tattica, sulla progressione palla al piede. È un post sul tifo, sull’amore (spesso inspiegabile) per il calcio. Molte cose le penso ancora. Altre sono state smentite o chiarite da quello che è successo dopo. Ma nella mia carriera di tifoso quella notte di gennaio resta indimenticabile.

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SE PIANGI, SE RIDI (SE TI INCAZZI)

(Gennaio 2009)

Dopo la felice conclusione del caso Kakà, provo a fare qualche considerazione in ordine sparso sulle cose che mi sono passate confusamente per la mente negli ultimi giorni.

Proprietà – Di chi sono le squadre di calcio? Facile, in termini tecnici: del proprietario. Il Milan è della Fininvest, che ci fa – legittimamente – quel che vuole. Ma dal momento che il meccanismo del calcio si basa su un fenomeno irrazionale come il tifo, che assomiglia più alla religione che allo spettacolo (vi immaginatcruisee la gente sotto casa di Tom Cruise per dirgli “Per favore, non fare quel film, fai quell’altro”?), non è che gli azionisti quantomeno “morali” sono i tifosi? Dove arriva, allora, il diritto dei tifosi di dire la loro? E, in questa occasione, hanno vinto i tifosi? È incredibile, ma qualcosa autorizzerebbe quasi a pensarlo.
Stadio – Se hai il più forte giocatore del mondo e lo vendi, dopo non ce l’hai più. Sembra una banalità, ma il calcio visto in Tv, comodo, spezzettato, fatto di highlights e di replay, privato dei suoi tempi morti (veri), sul divano con pizza e birra, e quello visto allo stadio, partendo ore prima, tornando ore dopo e prendendo un sacco di freddo, NON sono lo stesso calcio. Per chi va allo stadio, vedere uno che gioca bene diventa molto più decisivo. Quindi chiedete agli abbonati, prima.

Abbonamenti – A proposito. Come ha scritto Franco Rossi, con cui per una volta sono d’accordo (devo preoccuparmi?), 100 milioni di euro (la cifra offerta dal City) sono poco più del doppio di quanto ha speso l’Inter per Quaresma e Mancini, che vanno regolarmente in tribuna: due abbonamenti costosetti, ma pur sempre due abbonamenti.

Bilancio – Una cosa vera Galliani l’ha detta: le squadre di calcio dovrebbero diventare economicamente autosufficienti. Accadrà mai? E da dove si comincia? Perché nessuna squadra italiana possiede lo stadio in cui gioca? Perché dentro San Siro non c’è un ristorante e dentro gli stadi inglesi c’è una città? Perché nell’ultracapitalista Nba c’è il tetto agli stipendi e da noi non se ne può neanche parlare?

berlusconi
Retroscena – Come sarà andata, veramente? Ha inventato tutto Berlusconi perché perdeva quattro punti nei sondaggi? Cioè: finta la proposta del Manchester City, finto il dietrofront? Con tutta la disistima, mi pare complicato. Certo, in un paese in cui non si è ancora capito se le Brigate Rosse erano composte da idealisti comunisti o dai servizi segreti si è sempre portati a pensar male.

AmoreMia figlia di otto anni, come spesso accade alle bambine, è molto tifosa del suo papà e quindi è diventata molto tifosa del Milan. Quando aveva quattro anni, abbiamo deciso di comprare per lei la maglia di Sheva, il campione eponimo, il simbolo, il pupillo del presidente, il predestinato (sono nati lo stesso giorno, il 29 seLudoMilanOkttembre), l’incedibile. Dopo poco ha dovuto sfilarsela. Ci abbiamo messo un annetto a elaborare il lutto, poi abbiamo deciso di puntare su Kakà. “È bravo, è bello e resterà tanti anni al Milan”, ci siamo detti comprando la nuova maglia. Ho passato una settimana di merda, pensando alla notizia che avrei dovuto darle. Ma si può?

Odio – Mentre la cessione di Ricky sembrava avvicinarsi a tutta velocità, pensavo che ci sarebbero tanti buoni motivi per odiare il calcio e in particolare questa squadra e ancora più in particolare questa proprietà. E invece se leggo una notizia su Michelangelo Albertazzi, difensore centrale della Primavera, mi batte il cuore. Odi et amo. Mi consolo rileggendo per la quarta o quinta volta Fever Pitch (Febbre a 90’), in particolare quando dice (pagina 18) che “la condizione naturale del tifoso di calcio è l’amara delusione, indipendentemente dal risultato”. Ok, non sono solo.

Febbre
Lacrime – Qualche ora fa, mentre guardavo Kakà che sventolava la maglia rossonera dalla finestra e si batteva la mano sul cuore, mia moglie mi ha visto con la coda dell’occhio e, (siccome mi conosce) senza girarsi, mi ha detto: “Se piangi per questi qua ti ammazzo!”. Che cosa si perde! Piango, eccome, per quella maglia e quella mano sul cuore: forse perché ci parla di altre appartenenze, o forse proprio per quello che è. Che cosa assurda e meravigliosa, ragazzi!