Milano

I milanesi vanno all’Isola (non “a Isola”)

20 October 2020

Non ce la faccio più. Col fatto che adesso è diventata un quartiere alla moda, è un continuo sentire “a Isola” o “in Isola”. Tipo: «Ci vediamo a Isola», «Ha aperto un nuovo locale in Isola». No, cari i miei giovani e/o forestieri: i milanesi dicono “l’Isola”, con l’articolo determinativo. Quindi vanno “all’Isola”, non “a Isola”. Fidatevi di me. Fidatevi di mio padre che avrebbe 100 anni e che ci ha abitato prima che noi nascessimo.

(Posso accogliere l’eccezione se si intende la fermata della metropolitana: “scendere a Isola”, come diremmo “scendere a Cadorna” è accettabile, ma occhio a non abusarne).

L'Isola

Immagine trovata sulla rivista Zona Nove, che ringrazio affettuosamente.

La questione in ogni caso è interessante perché riguarda il linguaggio, l’uso che ne viene fatto, la forse inevitabile mutazione cui è sottoposto (mio malgrado, in questo caso), ma soprattutto ciò che il linguaggio ci rivela su chi lo usa. Da come nomini alcune cose di Milano, ad esempio, si può facilmente capire se sei nato a Milano e, in caso contrario, quanto la tua cittadinanza è recente.

Prendiamo i mezzi pubblici (detti “i mezzi”): se usa il femminile, il milanese sta parlando della filovia (“la 91”), ma anche – inspiegabilmente, su basi di genere – dell’autobus (“la 60”), oppure della metropolitana (“la 2”, che sarebbe anche “la verde”). Al maschile ci sono i tram (“il 4”). Se dici “la 3” devi sapere che stai parlando della metropolitana gialla e non del tram numero 3, e viceversa: mi è capitato di assistere in diretta all’equivoco, innescato dalla non conoscenza della metalingua locale, che sarebbe potuto sfociare in catastrofe geografica.

La lingua locale riguarda anche la toponomastica. Nessun milanese vero dice “viale Testi”. Si dice “viale Fulvio Testi” o, meglio ancora, “Fulvio Testi”: «Prendi Fulvio Testi fino in fondo». Così come nessuno dice via Gioia ma, allo stesso modo, “via Melchiorre Gioia” o semplicemente “Melchiorre Gioia” («Da Melchiorre Gioia giri a sinistra») e “viale Enrico Fermi” e non “viale Fermi”. Una chicca per gli abitanti di Milano nord: a Niguarda c’è una via che si chiama via Graziano. In piccolo, in basso a destra, c’è la professione, esattamente come accade per tutte le vie dedicate a personaggi illustri: ora, il Graziano in questione è un imperatore romano del quarto secolo. La cosa curiosa è che i milanesi (o forse i niguardesi, non so) la chiamano “via Graziano Imperatore”, caso a quanto mi risulta unico in città di professione annessa d’ufficio al nome della via (o piazza). La stessa regola, ad esempio, non vale per il collega Adriano: la via a lui dedicata, peraltro poco distante, si chiama infatti “via Adriano” sia per le carte comunali che per la parlata locale.

Un capitolo a parte meriterebbero le pronunce milanesi delle vie con nomi stranieri. Via Murat si pronuncia ovviamente come si legge, “Mùrat”, con l’accento sulla prima “u” e la “t” ben scandita, senza alcun ricorso alla ü francese, che peraltro abbonda nella fonetica milanese, come nell’espressione “va a da via el cü”. Allo stesso modo, viale Jenner si pronuncia “Ienner” pur essendo un cognome anglosassone e nessuno si sognerebbe di pronunciarlo con la “J” di John (per la precisione, secondo l’alfabeto fonetico, “ˈdʒenər”). Via Washington si pronuncia più o meno giusto.

Una curiosità finale, che mi riguarda: a Milano esistono due (poco note) vie Villani. Via Giovanni Villani, lo storico fiorentino (vorrei dire che è un mio illustre antenato ma ho qualche dubbio), in zona Città Studi; e via Dino Villani, il pubblicitario (con quest’ultimo potrei invece essere un po’ imparentato, oltre che collega: Dino Villani era di Nogara, bassa veronese, e mio nonno veniva da Portomaggiore, Ferrara: in mezzo 100 chilometri di pianura e un bel pezzo di fiume Po, insomma una distanza plausibile per gli spostamenti di 150 anni fa circa), tra viale Marche e piazzale Maciachini. Per quanto ne so, entrambe vengono comunemente chiamate “via Villani” e non mi risulta che la parlata locale abbia elaborato un metodo per distinguerle. Se esiste fatemelo sapere, ovviamente.

P.s.: a proposito di preposizioni semplici e articolate, non si dice “a lavoro”, “a telefono” e “a largo” bensì “al lavoro”, “al telefono” e “al largo”. Perché lo leggo sempre più spesso. Siamo d’accordo, o devo fare un post dedicato?