Musica

Vi ricordate il 2019? Era bello e non lo sapevamo. Questa è la sua playlist

17 January 2021

Raccontava mia mamma che mio papà era un lettore compulsivo (di libri e di riviste), ma di tipo “lineare”. Nel senso che se gli arrivava il nuovo numero di Epoca, lui lo metteva sotto al mucchio e continuava a leggere quello che già stava leggendo fino a quando lo aveva finito. Talvolta l’arretrato si accumulava (mio papà lavorava alla Mondadori, gli arrivi erano continui) e il gap fra il numero in lettura e l’ultimo uscito aumentava: tanto che mia madre, sbirciando con la coda dell’occhio, sobbalzava (“Ma come? Di nuovo?”) leggendo titoli che sarebbero stati clamorosi (“Cade il governo”, “Morto il papa”, “Guerra nel tal Paese”, “Golpe nel talaltro”), senonché si riferivano a fatti successi – e debitamente commentati – mesi prima.

Devo avere ereditato questa brutta malattia, il linearismo: finché non ho finito, non vado avanti. Un anno fa, infatti, avevo lanciato una campagna su Facebook: ditemi quali sono i migliori dischi del 2019. Quell’anno, infatti, ero stato molto assorbito dai miei nuovi vinili (appena comprati, ma usati e quindi relativi ad anni passati) e avevo seguito poco le nuove uscite. La risposta era stata generosa, avevo inserito qualche segnalazione proveniente da un paio di testate di cui mi fido, avevo frullato il tutto e avevo ottenuto 73 album per un totale di 871 pezzi. Li ho ascoltati tutti, in ordine alfabetico, e quando dico ascoltati intendo dire ascoltati con attenzione, non mentre correvo o facevo le pulizie (due cose che fra l’altro non faccio quasi mai, causa dolore alle ginocchia, diciamo), insomma, ci siamo capiti. Ci ho messo circa un anno. Ne ho ricavato una seconda lista di brani migliori (199) e finalmente una playlist definitiva di soli 40 brani, con esclusioni dolorose e una sola regola: non più di un brano per artista.

Lo so. Voi avete già archiviato il 2020 e state iniziando ad assaporare le prime uscite del 2021. Ma io sono come mio papà (come diceva Gegè Telesforo ai tempi di “Quelli della Notte”) e devo fare così. Se vi va, la mia playlist del 2019 è qui: ovviamente in rigoroso ordine alfabetico, perché se mi chiedete di metterla in ordine di gradimento ci vuole un altro anno (ma non mancherà qualche indizio). Buona lettura, buon ascolto e grazie a tutti quelli che hanno partecipato. Naturalmente è già partito il sondaggione 2020, di cui parleremo decisamente più avanti.

Via!

Joseph Arthur – I’ll be around (Come Back world) – Avevo iniziato a seguire Joseph Arthur nel 2002. Avevo comprato due o tre Cd poi lo avevo perso di vista. Lo ritrovo, grazie a Marco, con un bell’album, ma soprattutto con questa ballata pianistica in cui la voce viene filtrata quando dice “I’ll be around” con un effetto che trovo stranamente emozionante. Occhio, anzi, orecchio anche alle linee di basso.

Big Thief – Not (Two Hands) – Non li conoscevo. Non mi appassionano del tutto, la voce di Adrianne Lenker è quasi disturbante, ma questo brano è intenso e merita di starci.

Ryan Bingham – Situation Station (American Love Song) – Il cowboy Ryan, comparso anche nella serie tv Yellowstone, stranamente nei panni di un cowboy che canta e suona la chitarra, non dice mai cose particolarmente originali, ma le dice bene. In questo brano dal titolo allitterato ci saranno dieci parti di chitarra, fra acustiche, elettriche, slide, ed è così che si fanno i dischi, altroché.

The Black Keys – Every Little Thing (Let’s Rock) – E va bene. Partono che sembrano gli Zep di You Shook Me, poi diventano un po’ Oasis (quindi anche un po’ Beatles), sai in anticipo quasi tutto. Ma quando hai questi suoni, questa produzione, questo gusto melodico, cosa vuoi dire, se non “Let’s Rock!”?

Bon Iver – Hey, Ma (i,i) – Bon Iver, alias Justin Vernon, lo seguo (li seguo? È una persona o un gruppo?) dall’inizio, da quell’album “For Emma, Forever Ago” che secondo me resta il migliore album degli anni 2000. Negli anni Justin ha iniziato a pasticciare con l’elettronica e mi fa un po’ arrabbiare, come Rafael Leao, per dire, perché è troppo bravo per limitarsi a giochicchiare. Però ogni tanto trova un fragile punto di equilibrio fra la sua vena lirica e “le macchine che fanno bing” (cit. Monty Python), e in quei casi mi fa ancora piangere di commozione.

Bonnie “Prince” Billy – Dream Awhile (I Made a Place) – Will Oldham, alias Bonnie “Prince” Billy scrive delle canzoni delicate e meravigliose, un po’ folk ma mai retro, le arrangia con gusto; spesso nelle sue canzoni c’è una bella seconda voce femminile. Non migliorabile. Uno dei migliori dischi dell’anno.

I Made a Place - Wikipedia

Gary Clark Jr – This Land (This Land) – Era partito come wonderkid della chitarra blues, ma nel tempo ha aggiunto strati alla sua musica: un po’ di elettronica, un po’ di funk, un po’ di rap. Insomma, non ha avuto paura di contaminarsi e il risultato è molto interessante.

Lana Del Rey – Doin’ Time (Norman F*****g Rockwell!) – Non la conoscevo, è entrata in questa selezione grazie alle segnalazioni autorevoli di Stefano e di Uncut. È la quintessenza della contemporaneità, nel senso che riesce a citare un sacco di cose rimanendo moderna e personale. Questo brano, in cui fa finta di cantare “Summertime” e poi va per un’altra strada è affascinante come un tramonto in California nel 1970, che è dove vive Lana Del Rey.

A Visual History Of Lana Del Rey's Most Peculiar Album Art

The Delines – The Imperial (The Imperial) – I Delines sono il gruppo di Willy Vlautin, già leader dei Richmond Fontaine, che conoscevo abbastanza bene. Ma fondamentalmente Willy è un grande scrittore (nel senso letterale: ha pubblicato libri di successo fra cui – guarda caso – uno che si chiama Motel Life) e se leggete i testi di questo brano poi sanguinerete per la dolorosa verità che contengono. The Imperial è il nome dell’hotel dove lei e lui si incontravano, prima che tutto andasse malamente a quel paese, come in ogni bella storia americana che si rispetti.

Mac De Marco – Little Dogs March (Here Comes The Cowboy) – Non lo conoscevo, devo la segnalazione a Simone. Questa semplice ballata basata su pochissime cose (a occhio direi una chitarra elettrica arpeggiata, delle percussioni elettroniche, un basso e la voce) è un gioiellino di pop contemporaneo. Niente da dire.

Luther Dickinson – Superlover (Solstice) – Luther Dickinson è un cantante e chitarrista americano, membro dei North Mississippi Allstars, che spazia parecchio e collabora con moltissimi musicisti, con uno spirito molto aperto, da anni ‘70. In questo album in cui compaiono diverse voci femminili spicca questa ballata che sarebbe solo bellissima se non la cantasse Allison Russell, con una seconda voce (sempre femminile) da brividi. Pezzo dell’anno?

Billie Eilish – Bad Guy (WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?) – Eccolo, il pezzo dell’anno. Il pezzo che non c’entra niente con i miei gusti, con quelli dei miei amici boomer (io no, io sono della “X generation”, mi spiace per voi) ma che non si riesce a smettere di ascoltare. Bravissima, Billie (classe 2001, ricordiamolo). Quando dici “Duh” alla fine del ritornello noi ci inchiniamo a qualcosa che non capiamo del tutto, ma a cui vorremmo essere ammessi (non lo saremo).

The Best Cover of Every Song on Billie Eilish's Debut Album - Cover Me

Fontaines DC – Television Screen (Dogrel) – Questi ragazzacci irlandesi fanno impazzire la critica: a me, a noi, fanno pensare ai Clash e ai Pogues, a tanta musica britannica di quegli anni. Ma il canto quasi atonale di Grain Chatten ha fascino tutto suo, più disperazione che rabbia.

Liam Gallagher – Why Me? Why Not. (Why Me? Why Not.) – Non saranno simpatici, i fratelloni di Manchester, tanto è vero che non si stanno simpatici nemmeno fra di loro. Però quando parte il pezzo non ci sono grandi obiezioni: voce, arrangiamenti, melodia, Beatles. Ogni cosa è perfettamente al suo posto.

Steve Gunn – Vagabond (The Unseen In Between) – No, ammetto che non lo conoscevo. È un chitarrista/cantante/produttore che vive a Brooklyn (che è attualmente il posto più cool del mondo, come saprete: tutti vivono a Brooklyn). Il pezzo è bellissimo e ha una seconda voce femminile (eh, una delle mie passioni, lo avete capito) cantata da Meg Baird. Di più non saprei dirvi.

Aldous Harding – The Barrel (Designer) – Frutto di un’accoppiata Niccolò/Uncut, Aldous Harding è una donna, anche se Aldous sarebbe un nome maschile, almeno che io sapessi, infatti lei si chiama Hannah Harding. Bellissimo pezzo, che sembra una normale ballata folk basta su quattro accordi fino a quando entra un violoncello che fa cambiare tonalità e ci inquieta un po’, ma il giusto.

Christone “Kingfish” Ingram – Fresh Out (Kingfish) – Christone è quello che noi in Lombardia chiamiamo un “Cristone”, cioè un ragazzone grande e grosso, e già questo a me fa tenerezza. Ha ricevuto la sua prima chitarra a undici anni e suona da professionista da quando ne ha quindici, ma da professionista davvero, insieme ai grandissimi (per esempio Buddy Guy, in questo pezzo). Qui di anni ne ha ben venti (è del ’99) e in questo brano vi spiega lo stato dell’arte della chitarra blues.

Christone "Kingfish" Ingram (actor) | Marvel Cinematic Universe Wiki | Fandom

Michael Kiwanuka – You Ain’t The Problem (KIWANUKA) – Segnalazione incrociata da parte delle mie due testate musicali di riferimento (Allmusic e Uncut) per questo cantautore soul inglese: il brano sembra uscire dalla colonna sonora di Love Boat o di un qualunque telefilm degli anni ’70.

Frankie Lee – Blinds (Stillwater) – Questo è proprio il mio genere, quello che viene definito Americana, cioè un misto di country, folk, rock, blues e tutta quella roba lì con la chitarra e le storie tristi. Questo ragazzo, Frankie Lee Peterson, nato nel 1982, ha un modo di interpretarlo insieme tradizionale e fresco.

Jenny Lewis – Heads Gonna Roll (Onn The Line) – Grande pezzo, grande voce, grandi musicisti, grande assolo di organo Hammond (potrebbe trattarsi di Benmont Tench, quello degli Heartbreakers di Tom Petty, perché il disco è pieno di collaborazioni prestigiose).

Little Steven – Love Again (Summer Of Sorcery) – Little Steven, noto anche come Miami Steve Van Zandt, è il leggendario braccio destro di Bruce Springsteen. Infatti ha fatto un album in cui sembra Springsteen, quello del periodo classico, in versione ottimista: diciamo che questo brano potrebbe uscire da The River al punto che se Steve iniziasse a cantare Hungry Heart non ci sarebbe nulla di strano.

The Long Ryders – Greenville (Psychedelic Country Soul) – Uno dei gruppi che hanno tenuto alta la bandiera del rock americano negli anni ’80 prima che arrivassero i rinforzi da Seattle, con un country-rock un po’ psichedelico e un po’ punk che la critica chiamava Paisley Underground. Li adoravo e ho i loro primi tre album in vinile. Si ripresentano trent’anni dopo con un album che suona perfettamente coerente con i loro primi senza sembrare anacronistico (o comunque non più di allora).

Mike Love – Advaya (Mike Love Live @ Sugarshack Sessions – EP) – A proposito di psichedelia americana, questo Mike Love NON è quello dei Beach Boys, ma un cantante-chitarrista hawaiano che mischia reggae, folk, blues, eccetera. Chi vi ricorda? Esatto, un po’ Ben Harper e un po’ (di più) Jack Johnson. Canzone delicata, lieve, perfetta. Merito di Andrea.

The Lumineers – Salt and the Sea (III) – I Lumineers sono uno di quei gruppi che riescono ad avere molto successo pur rimanendo sempre un po’ indie. Un po’ dei Coldplay meno famosi, se volete. Alla base, comunque, ci sono belle canzoni, una bella voce, degli arrangiamenti semplici ma mai banali (qui una chitarra acustica e una frase di piano che sembra presa dalla sigla di una serie Tv – detto in senso positivo). La segnalazione è di Simona.

Post Malone feat. Ozzy Osbourne & Travis Scott – Take What You Want (Hollywood’s Bleeding)  – Post Malone – lo dico subito – non mi piace molto e a pelle mi sta anche un po’ antipatico. Però dai, in questa lista ci sta anche qualcosa che i miei figli conoscono e quindi ho scelto di farmi accompagnare nella discesa agli inferi dal vecchio Ozzy. Travis Scott non so chi sia, e credo che sopravviverò bene senza saperlo mai.

The National – Oblivions (I Am Easy to Find) – Sono super-celebrati dalla critica, in una misura che io non arrivo a capire appieno. Però questo pezzo ha una bella atmosfera notturna e un po’ malinconica, anche se sembra esserci un lieto fine: “Still got my eyes on you”, dicono.

Lukas Nelson & Promise of the Real – Bad Case (Turn Off the News (Build a Garden)) – Questo Lukas Nelson è uno dei figli della leggenda vivente del country Willie Nelson (che pure ha fatto un album nel 2019, a soli 86 anni). Fanno un rock americano un po’ alla Tom Petty, o alla Wallflowers (il gruppo di Jakob Dylan), il che a me va benissimo.

Ian Noe – Letter to Madeline (Between The Country) – Qui vale il discorso fatto sopra per Frankie Lee: quante volte abbiamo sentito una ballad americana di questo genere? E quante altre volte ne ascolteremo una? Tante, tantissime, spero. Questo è il primo disco di Ian che si è fatto un bel po’ di gavetta nel Kentucky, quindi trattiamolo bene.

North Mississippi Allstars – Mean Old World (feat. Jason Isbell & Duane Betts) (Up And Rolling) – Avevamo già parlato dei NMA a proposito di Luther Dickinson (il fratello Cody suona la batteria): qui siamo in presenza del migliore rock-blues americano contemporaneo: sporco, sanguigno, antico nelle radici e moderno nello sguardo. Con due ospiti d’eccezione, per di più: Jason Isbell e Duane Betts, figlio della leggenda Dickey Betts. Non possiamo chiedere di meglio.

North Mississippi Allstars, Up and Rolling<small></small>

Anders Osborne – Traveling With Friends (Buddha and the Blues) – Anders è un cantante-chitarrista svedese che da molti anni vive a New Orleans e che spazia fra blues, folk e generi affini. Qui, senza saperlo, scrive quello che diventerà l’inno ufficiale dei nostri memorial. “Traveling with friends”, una cosa che ci manca davvero tanto.

Peter Perrett – Once is Enough (Humanworld) – Peter Perrett è un tipaccio che ha iniziato la sua carriera fra punk e new wave (da quanto tempo non leggevate “new wave”?) come leader degli Only Ones. Poi una vita complicata, droga, sporadiche apparizioni in pubblico. Ha un modo di cantare, di buttare lì le parole – insieme cinico e romantico – che può avere solo un British bulldog sopravvissuto a tutto.

Purple Mountains – Darkness and Cold (Purple Mountains) – I Purple Mountains sono guidati da David Berman da Williamsburg Virginia e fanno una specie di country-rock contemporaneo, in cui si avverte l’eco di tanta musica recente. La cosa brutta è che David Berman è morto il 7 agosto 2019, a soli 52 anni. La cosa bella è che abbiamo le sue canzoni.

The Raconteurs – Thoughts and Prayers (Help Us Stranger) – I Raconteurs sono il nuovo gruppo di Jack White, quello dei White Stripes. Jack è uno che ha studiato i classici, e si sente: qui siamo in un territorio molto zeppeliniano (in particolare gli Zeppelin acustici del terzo album), a ulteriore conferma del fatto che praticamente tutti i gruppi rock contemporanei li saccheggino a piene mani. Bellissimo pezzo, in ogni caso.

Rival Sons – Do Your Worst (Feral Roots) – Che cosa dicevamo dei Led Zeppelin? I Rival Sons ci marciano un po’ troppo, però il risultato è divertente.

Robbie Robertson – Once Were Brothers (Sinematic) – Per spiegare chi è Robbie Robertson ci vorrebbe un libro (infatti ne ha scritto uno lui stesso). Vi dico tre nomi: The Band, Bob Dylan e Martin Scorsese, poi se volete approfondite qui. Questo è il pezzo più bello di un disco non irresistibile.

Joan Shelley – The Fading (Like the River Loves the Sea) – Joan Shelley è una cantautrice del Kentucky che però a tratti sembra una cantante folk inglese. Sospetto che c’entri un po’ la collaborazione di James Elkington, cantante e chitarrista inglese, che qui canta una splendida seconda voce.

Bruce Springsteen – Western Stars (Western Stars)Springsteeniano della prima ora, o al massimo della seconda (il mio primo album è stato The River, 1980, poi sono andato più indietro che avanti), ho continuato a volere bene al Boss, pur senza approfondirne l’opera degli anni 2000. Questo album mi conforta nella mia posizione (non occorre ascoltare tutto quello che fa il Boss), questo brano anche (non si può non volergli bene).

Vampire Weekend – Bambina (Father Of The Bride) – Lo dico subito: questo è probabilmente l’album migliore del 2019. Pieno di belle canzoni, si muove a cavallo dei generi in un pop intelligente, colto e internazionale che mancava dagli esordi della Dave Matthews Band. E questo brano (non l’unico degno di nota) ha il solo difetto di durare troppo poco: quando il cantante Ezra Koenig (un nome che è un manifesto culturale) dice “for now, ciao ciao Bambina” (a chi si rivolge? a una fidanzata italiana?) io muoio.

Vampire Weekend - "Father of the Bride" (Sony Music, 2019). - La Fanzine dei Giovani...

The Who – Hero Ground Zero (WHO) – E così anche gli Who si sono rimessi all’opera. Alimenti da pagare, o voglia di divertirsi? Accompagnati da Pino Palladino e Zak Starkey al posto dei compagni caduti, realizzano un disco che non aggiunge una virgola alla loro leggenda ma che si ascolta volentieri, con devozione e tenerezza: anche qui, ho scelto il brano con titolo allitterato.

Yola – Goodbye Yellow Brick Road (Walk Through Fire) –Yolanda Quartey, in arte Yola, è una cantante inglese di colore che si è fatta le ossa come professionista delle sale di incisione. Questo è il suo primo album solista, prodotto dall’ubiquo Dan Auerbach dei Black Keys (vedi sopra) e anche se i brani originali non mancano io non sono riuscito a non scegliere questa bella cover del suo connazionale Reginald Dwight, in arte Elton John. Segnalata da Enrico, che ogni anno cerca di portarmi fuori dalla mia comfort zone rocchettara (con risultati dubbi).

For now, ciao ciao, 2019. Eri bello e spensierato, non lo sapevamo e forse non ti abbiamo dedicato l’attenzione che meritavi. Ma ora giustizia è fatta.